| “Isolation”. Quando i Joy Division raccontavano gli anni ’80 |
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| Scritto da Antonio Ferrante | |||||
| Giovedì 07 Agosto 2008 13:24 | |||||
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M entre Pietro Mennea incantava gli sportivi di mezzo mondo, nei Britannia Row Studios di Londra quattro ragazzi registravano “Closer”, un album capolavoro, un’icona della musica. Era il 1980, e quei ragazzi si chiamavano Joy Division. Avevo un anno. Molti anni più tardi avrei scoperto la loro musica, la voce a dir poco “unica” di Ian Curtis, quel giovanotto figlio dell’Inghilterra conformista, dell’Inghilterra povera, quella di cui poco o nulla si sa. Avrei scoperto che “Closer” fu pubblicato nel luglio 1980, due mesi dopo il suicidio di Curtis, distrutto dalla vita, dal successo, dal desiderio di un qualcosa che la sua complessa personalità non riusciva ad accettare. Una storia tragica, si direbbe, quella della band inglese che ben si lega al suono di quelle chitarre, alla voce cupa e terapeutica di Ian, ai testi che sono la fotografia degli anni ’80, di una intera generazione che probabilmente non riusciva a reggere il cambiamento. E’ stato realizzato recentemente un film-documentario sulla storia dei Joy Division, o meglio sulla vita di Ian Curtis. Si intitola “Control”. Consiglio a tutti di vederlo, uno spaccato degli anni ’80, struggente, vero. “Closer” e “Unlead Pleasure” dei Joy Division rappresentano per me due punti di riferimento musicali e per chi crede ancora che la musica sia una delle più belle invenzioni del genere umano, due capolavori dell’arte e della poesia. “Joy Division changed the face of modern music”. L’hanno scritto da qualche parte. Difficile da smentire.
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